XVII SEDUTA PUBBLICA DELLE PONTIFICIE ACCADEMIE

Intervento del Prof. Ivano Dionigi - Presidente della Pontificia Academia Latinitatis

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2012 11 21 Solene seduta comune delle Pontificie Accademie (113)


PONTIFICIA ACADEMIA LATINITATIS

Insediamento – Roma 21 novembre 2012 

Em.za Rev.ma Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone;

Em.za Rev.ma Cardinale Gianfranco Ravasi Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie;

Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali;

Eccellentissimi Vescovi;

Signori Ministri e Onorevoli (se presenti);

Eccellentissimi Signori Ambasciatori;

Signori Presidenti delle Accademie Pontificie;

presenti tutti: a voi il mio indirizzo di saluto e di benvenuto più cordiale


Summo Pontifici laeto animo maximas ago gratias quod me amplissimo honore et nomine Praesidis nuper conditae Pontificiae Academiae affecit.

Litterae Apostolicae motu proprio datae non solum Ecclesiam sed etiam ceteras institutiones, maxime Universitates Studiorum, sollicitant ad Latinam linguam fovendam, quae – propter ubertatem, perspicuitatem, gravitatem – fidei hereditatem, universalitatem, immutabilitatem colligit, consummat  omnibusque populis tradit.

Quin Litterae Apostolicae easdem institutiones hortantur ad recipiendam copiosam ac multiformem veterum sapientiam nonnumquam Christianae novitati consonam.

Exoptamus igitur ut Latina lingua cultusque magis magisque innotescat et percrebescat, haec quidem Academia non tantum nobis et proximis, sed etiam multis, immo plurimis prodesse possit.

Denique, quo planius omnibus dicam, ad Italicum sermonem redeo.

Come interpretare al meglio la costituzione della Pontificia Accademia della Latinità?

Come accordarne idealmente pensiero e finalità al magistero della Costituzione Apostolica Veterum Sapientia di Giovanni XXIII (1962) e della Fondazione Latinitas istituita da Paolo VI (1976)?

Più in generale: come contribuire a rendere utile e addirittura necessaria una lingua morta e la relativa cultura ormai da decenni rimossa, tenendo al contempo lo sguardo rivolto avanti e indietro, simul ante retroque prospicientes?

L’Europa ha ininterrottamente parlato latino, tra monopolio e primato, fino a tutto l’Ottocento e oltre, attraverso le tre sfere e istituzioni principali: Ecclesia, Imperium, Studium, la Chiesa e la religione, l’Impero e la politica, la cultura e la scienza. Senza dire che le stesse parlate volgari altro non sono che “dialetti” del latino. Per questo De Maistre poteva ben affermare: “il latino è il segno dell’Europa”.

La cesura è intervenuta in tempi recenti: agli inizi degli anni Sessanta del ventesimo secolo, quando, dopo la Scienza e la Scuola, anche la Chiesa abbandonò il “monoteismo” latino.

Infatti, il Concilio Vaticano II decise di rinunciare in parte, nella sacra liturgia, alla lingua latina, e di adottare le lingue nazionali, memore dell’ammonimento di Agostino – riecheggiato dall’allora Cardinal Montini – secondo cui era meglio essere compresi dai “popoli” che rimproverati dai “professori” (melius est reprehendant nos grammatici quam non intellegant populi, enarr. in Psalm. 138, 20). Comprensibilmente quella Chiesa che si apriva al popolo di Dio e al mondo contemporaneo non poteva continuare a celebrare la comunione dei fedeli in una lingua ormai pressoché sconosciuta.

Eppure, proprio in quegli anni, esattamente il 22 febbraio del 1962, papa Giovanni XXIII firmava e diffondeva con la Veterum sapientia un accorato elogio sia della sapienza classica (della quale andava recuperato e quasi carpito quod verum et iustum et nobile denique pulchrum) sia delle due lingue: il greco e soprattutto il latino, riconosciuto come loquendi genus pressum, locuples, numerosum, maiestatis plenum et dignitatis … quod unice et perspicuitati conducit et gravitati (“uno stile conciso, ricco, armonioso, pieno di maestà e di dignità che come nessun altro giova alla chiarezza e alla solennità”). Una enciclica ricca di pensiero e di proposte, in verità non pienamente  compresa e valorizzata negli anni seguenti.

Un doppio registro? Una doppia norma? Un messaggio contraddittorio tra Concilio e la Costituzione Apostolica? Nulla di tutto ciò. Semplicemente, e del tutto coerentemente, si voleva ricordare ai pastori, al clero, ai futuri sacerdoti – come fa ora il motu proprio di Sua Santità – che la conoscenza della lingua latina e della cultura di Roma costituiscono un patrimonio irrinunciabile, perché in quella lingua e in quella cultura si ritrovano e si concentrano tre proprietà costitutive della fede: l’eredità, l’universalità, l’immutabilità. L’eredità, perché quella è stata lingua dei padri; l’universalità, perché attraverso il latino la Chiesa si è rivolta “cattolicamente” a tutti i popoli; l’immutabilità, perché nella fissità di una lingua morta si custodisce l’eternità delle cose. Si aggiunga che alla misteriosità della fede contribuiva non poco la stessa estraneità di una lingua ormai desueta. Grazie a quelle proprietà, si potrebbe dire che non la Chiesa ha scelto il latino, ma il latino ha scelto la Chiesa.

Quid nunc? Non possiamo non chiederci oggi: “latino per chi? Latino perché?”

Per tre buoni motivi.

  1. Per la tutela della ricchezza culturale: sì, di quelli che siamo abituati a definire Beni culturali. “Mai l’America, - ha ammonito il compianto Giuseppe Pontiggia -, se Roma fosse sorta nel Texas, si sarebbe comportata come fa la scuola italiana”. Come capire e far capire il nostro unico patrimonio artistico e culturale senza conoscere la lingua e la cultura dell’antichità? Come non capire che qui è in gioco non solo il destino culturale del Paese, ma anche un’opportunità occupazionale per i giovani?
  2. Per parlare bene. Ne era convinto anche un pensatore come Aléxis de Tocqueville, il quale pur schierato dalla parte del sapere scientifico e tecnologico, riconosceva agli autori greci e latini una cura formale esemplare (“nulla nelle loro opere appare scritto in fretta o a caso”). E già Platone ammoniva che parlare male, oltre a essere una cosa brutta in sé, fa male anche all’anima. Noi oggi scontiamo una vera e propria entropia linguistica: una condizione di disordine in cui le nostre parole, ridotte a vocaboli, smarriscono il loro volto e perdono la loro forza. Nel periodo del maximum della comunicazione sperimentiamo il minimum della comprensione. Necessitiamo di ecologia linguistica per comprendere la ricchezza semantica che comporta il disvelamento dell’etimologia delle parole. C’è una lingua neutra oggi, veicolare, una sorta di koiné diafana e asettica che ci fa esclamare con Sallustio: vera vocabula rerum amisimus (“abbiamo perduto il significato vero delle parole”).
  3. In terzo luogo, i classici ci aiutano a pensare bene. Se, come riteneva Nietzsche, alla Scuola si richiede di formare non solo “utili impiegati” ma “cittadini” interi, allora la frequentazione dei classici e delle loro lingue s’impone sia come fondamento sia come antagonismo rispetto al presente.

Fondamento. C’è una ricerca ossessiva delle radici e dell’identità che non piace e che non giova, propria dei sopravvissuti. Penso a certe Sodalitates che sfidando il ridicolo e nuocendo alla causa pretendono di recuperare anacronisticamente e sterilmente il latino come lingua viva. No; io sto con Eliot, grande ammiratore della classicità e in particolare della lingua di Virgilio, il quale amava dire che il latino è lingua morta, irrimediabilmente morta e fortunatamente morta, cosicché noi possiamo spartircene l’eredità; ma un’eredità da conquistare, non già un feticcio da ossequiare (“ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo”, Goethe).

Qui sta la sfida consegnata all’iniziativa e all’intelligenza di questa Accademia: individuare i modi realistici ed efficaci per capitalizzare questa straordinaria eredità linguistica e culturale.

C’è invece una ricerca delle radici e dell’identità che piace e che giova: l’identità del lessico fondamentale dell’Europa, la quale – come ricordavamo ­– ha sempre parlato latino; dei lasciti culturali specifici (il pensiero filosofico, politico, giuridico, ma anche tecnico e scientifico); e soprattutto dell’eredità plurale, vale a dire l’acquisizione di una forma mentale aperta a tutte le possibili alternative, perché il mondo classico è abitato non da un pensiero unico e limitante, bensì dalla pluralità delle concezioni rivali del mondo. I classici, dunque, come testimoni di identità plurali o - per dirla con Canetti - come “custodi delle metamorfosi”; dei labirinti delle lingue e culture - ebraica, greca e latina - che educano al linguaggio della diversità, che alla cultura lineare e impoverente dell’aut aut sostituiscono la cultura dell’et et, vale a dire della memoria e dell’inclusione.

Un’eredità, questa, che ci rende da un lato più disincantati e più saldi, dall’altro più ricchi e più aperti di fronte ai nuovi interlocutori che già da diversi lustri caratterizzano la scena del mondo: la globalizzazione col suo profeta Internet, e le culture altre rispetto a quelle di Roma, Gerusalemme e Atene.

Ancora: la necessità e la centralità del latino si impongono perché Roma e la sua lingua sono state per noi il tramite per conoscere Atene e Gerusalemme: “se la civiltà occidentale è stata sagomata da tre grandi civiltà antiche, la greca, la latina, l’ebraica, il tramite linguistico – che non è solo formale, perché le categorie del pensiero e del linguaggio interagiscono – è stato il latino: dall’unità politica dell’impero romano a quella religiosa della cristianità medievale, dall’unità culturale dell’umanesimo a quella scientifica del mondo moderno” (Traina). E a ragione Rémi Brague sottotitolava il suo Il futuro dell’Occidente (1998) così: “Nel mondo romano la salvezza dell’Europa” (“i Romani non hanno fatto che trasmettere […] hanno portato la novità stessa. Hanno portato come nuovo ciò che per loro era antico. Hanno accettato di porsi dopo i Greci, e dopo gli Ebrei”).

Ma la forza e la bellezza dei classici – la loro gratia e potentia, direbbe Seneca - sta non solo nell’essere fondamento, bensì anche antagonisti del presente; essi sono non solo nel segno dell’identità, ma anche nel segno dell’alterità. Forti del patrimonio della tradizione (e delle tradizioni), i classici contrastano coi conformismi del presente e con le mode del momento (modo). Perché i classici ci interessano? – si chiedeva Sanguineti: “i classici ci interessano perché sono da noi radicalmente diversi. Sono radicalmente esotici […] temporalmente come spazialmente”. I classici – intesi non come contenitori ma come attori della cultura, come coloro che hanno ancora da essere (Mandel’stàm) – valgono come resistenza culturale e antidoto etico per i nostri giorni, segnati dalla semplificazione e dalla doxa. Una sola riflessione a questo proposito: di fronte all’imperante sincronia e dittatura del presente, proprio la lingua latina ci può soccorrere nel recupero di un valore primario e costitutivo dell’uomo: il valore del tempo. Sì, perché il latino è lingua geneticamente temporale, per eccellenza sub specie temporis, perché poggia tutta sul verbo; e il verbo – “angelo del movimento che dà spinta alla frase” (Baudelaire) – ci disvela la dimensione diacronica: l’esperienza del continuum temporale personale e collettivo. Si aggiunga che il latino è non solo lingua sintetica perché improntata alla brevitas, ma anche progettuale: il suo ordo verborum si tende e ci lascia sospesi fino a quando il prima, il durante e il poi non si ricompongono.

Così lingua e cultura classica acquistano un ruolo inedito di contraltare della modernità. E – voglio aggiungere - da malinteso segno e strumento della conservazione e difesa del potere possono diventare segno e strumento di cambiamento e difesa dal potere (“Chi abbia letto una sola tragedia greca, una sola ‘invettiva’ dantesca, un verso della Ginestra, saprà ascoltare, saprà riconoscere i propri limiti e il valore altrui – ma passivamente obbedire mai”, Cacciari).

Ci interroghiamo spesso e maldestramente sull’attualità dei classici; loro, attuali, lo sono: chiediamoci piuttosto – ancora con Pontiggia – se lo siamo noi.

Un’eredità, quella dei classici, che potrà essere salvaguardata e messa a frutto solamente se non solo nello Studium, ma anche nell’Ecclesia – come ci viene richiesto espressamente dal Santo Padre – verrà giustamente reintrodotto e impartito ai futuri sacerdoti l’insegnamento della lingua latina; e se, in secondo luogo, proprio questa Pontificia Accademia costruirà ponti con il sapere delle Università e del mondo laico, nella consapevolezza che è in gioco un comune destino culturale.

Occorrerà adoperarsi perché ci siano ancora e sempre grammatici in grado di capire e tramandare i testi classici a favore dei populi. E questa trasmissione, come ogni scienza, può nascere solo – con un forte senso di responsabilità comunitaria – dalla “lampadoforia”, e non dalla “tremula fiaccola del singolo” (Bacone, De sapientia veterum).