Premio Sapegno

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dante

Il 6 giugno 2015 è stato assegnato al Cardinale Gianfranco Ravasi il “Premio Natalino Sapegno 2015”.

Di seguito la laudatio pronunciata dal prof. Piero Boitani in onore del Cardinale che, tra l'altro, è Presidente della Casa di Dante.

Non è facile, e del resto non ce ne sarebbe affatto bisogno, pronunciare una laudatio per Gianfranco Ravasi, un uomo e uno studioso che ha poco più di settant’anni e che ha percorso un cursus honorum davvero fuor del comune. Basterà dire che, come tutti sanno, è un Cardinale di Santa Romana Chiesa. Poiché questa istituzione bi millenaria, la più antica oggi esistente, e diffusa su tutto un pianeta di circa otto miliardi di abitanti, conta solamente, se non sbaglio, 222 cardinali, se ne deve desumere trattarsi del club, o dell’accademia, più esclusivi della Terra – ove a un club o a un’accademia si volesse impropriamente paragonarla –: più esclusivi persino dell’Académie Française.

   Avendo con questo esaurito i topoi dell’ineffabilità e dell’impossibilità, passo a discorso umano. Ricordo con precisione la prima volta che ho letto qualcosa di Gianfranco Ravasi. Era il 1979 o 1980, quando la sua edizione – la seconda – di Giobbe uscì per i tipi di Borla a Roma. Io ho sempre avuto, sin da quando a sedici anni lessi la furibonda traduzione adelphiana di Ceronetti, una gran passione per quel Libro biblico così potente, tragico e beatifico, misterioso e lirico. Il Giobbe di Ravasi fu recensito da Beniamino Placido su Repubblica, alla maniera in cui Beniamino sapeva fare quando voleva stuzzicare l’appetito per la lettura. Del giudizio di Beniamino Placido in queste faccende mi sono quasi sempre fidato, sin dal 1967, quando lo conobbi alla Sapienza. Corsi a Via della Conciliazione a comprarmi una copia del Giobbe.

   Rimasi folgorato. Quel libro non è soltanto l’espressione di un biblista dalla sapienza sterminata, ma anche la prova – non facile, perché il Libro di Giobbe facile non è – di un critico sensibilissimo, di un traduttore raffinato, e di un letterato dalle conoscenze profonde e dall’agilità comparatistica – come piace a me – funambolica. Si pensi che a ognuna delle edizioni successive (credo di averle comprate tutte) il volume aumentava di dimensioni, stabilendo ogni volta connessioni nuove con la letteratura, sacra e profana, di ogni epoca. Ci sono il Giobbe antico e quello moderno: dall’Egitto dei Faraoni a Moby Dick, dal Giobbe dei Padri a quello dell’Islam, da Shakespeare a Kierkegaard. Insomma, un libro che, per quanto mi riguarda, sta a pari con quelli che hanno formato la mia vita di studioso della letteratura: Auerbach, Curtius, Praz, C.S. Lewis, Friedrich Ohly, Morton Bloomfield, Peter Dronke, il Charles Moeller di Saggezza greca e paradosso cristiano, Frank Kermode, Robert Alter, Harold Fisch.

   Ora, il fatto è che Sua Eminenza di libri così ne ha scritti non uno solo, ma parecchi. Per cominciare, sulla letteratura sapienziale dell’Antico Testamento: Qohelet, Cantico dei Cantici, Salmi. Poi, su alcuni Libri chiave del Nuovo: la Lettera ai Romani, le Lettere ai Corinzi, l’Apocalisse. Questi testi, al pari di Omero, i lirici e i tragici greci, Lucrezio Virgilio e Ovidio, Dante, Shakespeare, Goethe, sono la nostra storia e la nostra anima, né è possibile concepire i mille anni di letteratura medievale e i cinquecento di moderna senza di essi. Perché la parola dell’uomo ha usato spesso parole loro, e la parola di Dio si serve di parole umane per esprimersi.

   Il Cardinale Ravasi ha esplorato a fondo tutte queste parole, rendendo un servizio inestimabile non solo alla Chiesa, ma a tutto il mondo della cultura. Per farlo, ha dovuto studiare: in seminario prima, alla Gregoriana e al Biblicum poi, all’Università Ebraica di Gerusalemme (qui, archeologia, una delle sue passioni). Ha continuato a studiare quando ha retto, per diciotto anni, la Biblioteca Ambrosiana di Milano, e ne hanno fatto, ne fanno, fede, gli articoli che scrive per il Domenicale del Sole-24 Ore, sempre al corrente di tutto ciò che esce e valga la pena ricordare.

   All’apertura esegetica e letteraria non poteva non accompagnarsi anche quella religiosa ed ecumenica. Cresciuto e maturato nella diocesi di Carlo Maria Martini, Ravasi compie ogni sforzo per il dialogo interreligioso (dal 2007 è stato membro del Consiglio pontificio proprio a questo fine dedicato) e per il cosiddetto «Cortile dei Gentili», la struttura creata per perseguire il dialogo tra credenti e non credenti. Il cardinale e il filosofo, il libro di dialogo con Luc Ferry, testimonia di tale attività.

   Naturalmente, apertura non vuol dire rilassamento di uno dei compiti centrali del sacerdote, quello dell’evangelizzazione. Membro della Congregazione per l’educazione cattolica e del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, il Cardinale segue qui una delle sue vocazioni: collabora alle trasmissioni della RAI, curando la lettura integrale della Bibbia su RAI 2, spiega e predica Giovanni anche in televisione, e pubblica libri di alta divulgazione biblica, tra i quali ricorderò Il racconto del cielo, La Buona Novella, I monti di Dio, Il linguaggio dell’amore, Breviario laico, Questioni di fede. Possiede in ogni caso la capacità di parlare a tutti anche delle cose più complesse: per esempio quando affronta il problema del Gesù storico e del Gesù della fede, i Comandamenti, Le porte del peccato, Giuseppe padre di Gesù, l’uomo della Bibbia.

   Non ho dimenticato che Sua Eminenza è il Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, come a dire il Ministro vaticano della Cultura, e infine Presidente della Casa di Dante in Roma. Quest’ultima carica non gli è stata affidata a caso, come il pubblico della Fondazione Sapegno ha potuto appena sentire. La Chiesa ha avuto con Dante un rapporto molto stretto sin dall’epoca nella quale il poeta viveva. È un’attenzione della quale Dante avrebbe, soprattutto in certi momenti, fatto volentieri a meno, e che spesso ripagò con feroce ironia («Sei già costì, Bonifazio?»). La vita del Fiorentino, però, s’infuturava, come egli stesso proclama, ben oltre la punizione delle «perfidie» dei suoi nemici, e i Papi stessi dell’ultimo secolo lo hanno celebrato come figlio diletto. Benedetto XV, il quale a detta di qualcuno avrebbe sostenuto la Commedia costituire il quinto Vangelo, scrisse la lettera enciclica In Praeclara Summorum per il sesto centenario della morte, nel 1921. Paolo VI, per il settimo centenario della nascita, la lettera apostolica Altissimi Cantus. E non molto tempo fa Papa Francesco, che ha usato il Paradiso nella sua prima Enciclica, Lumen fidei, ha indirizzato proprio al Cardinal Ravasi un messaggio per il 750˚ anniversario della nascita dell’Alighieri.

   Nei suoi discorsi e nei suoi scritti su Dante, il Cardinal Ravasi segue dunque, sempre con l’originalità che gli è propria, orme illustri, ed è ben per questo che la Fondazione Sapegno lo ha invitato a tenere la lectio magistralis che inaugura il nostro anno dantesco. Anche per questo, come per i suoi lavori di esegesi biblica e di critica letteraria – e in primis s’intende per quel memorabile libro su Giobbe – il Comitato Scientifico della Fondazione ha, su mia proposta ma all’unanimità, deciso di assegnare a SE il Cardinale Gianfranco Ravasi il Premio Sapegno 2015.

Il Sito della Fondazione Sapegno