Le ricorrenze ebraiche di Pesach e Yom Yerushalaim nell’anno del Covid-19

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In piena emergenza Covid-19 e in totale solitudine mercoledì 8 marzo 2020, il 14 nissan 5780, ho celebrato l’entrata della festa di Pesach, la Pasqua ebraica. Non mi era mai accaduto di trovarmi in isolamento, senza poter condividere con nessun famigliare né amico la gioia della liberazione dall’Egitto. Pesach inizia con una cena chiamata Seder, cioè ordine o sequenza, perché è una straordinaria macchina pedagogica codificata dall’antichità in una serie ben precisa di atti rituali, racconti, canti, benedizioni e cibi, in cui si trasmette la memoria della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto.

Nel lunario ebraico, e anche nella storia d’Israele, l’evento che si rievoca risale a oltre tremila anni fa ed è assolutamente fondamentale. Non si è trattato solo del primo dei molti momenti storici in cui gli ebrei furono oggetto di un tentativo consapevole e determinato di genocidio e ne uscirono vincitori, ma della vera e propria fondazione del popolo ebraico. Giuseppe è viceré d’Egitto e in un periodo di grave povertà accoglie nel paese i fratelli e il vecchio padre Giacobbe con figli e nipoti. La Bibbia verso la fine del libro della Genesi racconta che si trasferirono settanta persone: l’unica grande famiglia dei figli d’Israele, perché Israele era un altro nome di Giacobbe. Quattrocento anni dopo, quella che si libera dall’Egitto non è più una famiglia numerosa, ma un popolo, per dimensione e identità. E la Bibbia spiega che “i figli di Israele […] aumentarono moltissimo, divennero potenti e il paese fu pieno di loro. Allora si elevò sull’Egitto un nuovo re che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: vedete che il popolo di Israele è più numeroso e potente di noi. Orsù regoliamoci con scaltrezza nei suoi riguardi! [...]” Scaltrezza per lui voleva dire, come è noto, imposizione della schiavitù, infanticidio, genocidio. È a questa “scaltrezza” che gli ebrei sono sottratti dagli eventi che si ricordano in questa festa: le piaghe, la resistenza del Faraone, il sacrificio di un agnello fatto da ogni famiglia, l’uscita dall’Egitto così precipitosa da non permettere di far lievitare il pane, la sconfitta finale dell’esercito egiziano, lanciato all’inseguimento dei fuggitivi e miracolosamente sommerso da quel mare che si era aperto per far passare gli ebrei.

Ma quel che conta per la memoria storica del popolo ebraico è la contrapposizione fra la schiavitù e l’esodo, fra l’essere schiavi e l’essere liberi. In uno dei tanti passaggi importanti che leggiamo durante il Seder diciamo: “siamo stati schiavi”, la nostra identità collettiva si è formata nell’oppressione, la liberazione da essa è stato un lungo viaggio verso la terra di Israele e verso l’identità. Nel racconto il significato politico e nazionale si mescola con quello religioso, come del resto avviene in quasi tutte le feste ebraiche. E alla fine del Seder, c’è un altro brano di straordinaria intensità: “Quest'anno siamo qui, l'anno prossimo nella terra di Israele; quest'anno schiavi, l'anno prossimo liberi”. E alla fine si ripete nuovamente: “L'anno prossimo a Gerusalemme!” La storia che raccontiamo e ripetiamo a tutte le generazioni che assistono al Seder è quella di un popolo che cerca instancabilmente di liberarsi e vivere nella sua terra secondo le regole che ha ricevuto. Instancabilmente, perché, come si dice nel Seder, in ogni generazione la prova dell’oppressione si rinnova e ognuno deve considerarsi personalmente coinvolto nell’impresa della liberazione dell’Egitto, per perpetuarla e rinnovarla. In effetti la “scaltrezza” del faraone e il progetto genocida che ne è derivato si è ripetuto spesso. L’Egitto da cui uscire è stato il paese del Nilo, ma anche l’Assiria e Babilonia, Roma e l’oppressione dell’Europa, l’islam e il nazismo. Oggi l’Egitto del faraone è rappresentato dall’antisemitismo e la liberazione è la difesa dell’esistenza e dell’identità dello Stato di Israele.

Quando stavo vivendo la cosiddetta Fase 2 della convivenza con il Coronavirus ho celebrato il cinquantatreesimo anniversario della liberazione dall'occupazione giordana di Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato d'Israele. Dopo diciannove interminabili e terribili anni in cui la città era stata teatro d’incuria, angherie e scorribande il generale Motta Gur alla guida della cinquantasettesima brigata dei paracadutisti dell'esercito israeliano aveva liberato Gerusalemme penetrando dalla Porta dei Leoni e rompendo le linee nemiche. “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani”, l'annuncio di Gur alla radio israeliana aveva allora portato a tutto il popolo ebraico un’immensa gioia, pari solo alle parole pronunciate da David Ben Gurion nella dichiarazione d'Indipendenza d'Israele del maggio 1948.

Gerusalemme, Yerusahalaim in ebraico, è il luogo dell’indipendenza politica del popolo ebraico, qui per quasi mille anni ha avuto sede il Tempio, il solo spazio in cui la realizzazione della vita prescritta dalla Bibbia sia interamente possibile, perché solo al Tempio si possono mettere in pratica molti dei comandamenti, contenuti nella Pentateuco. Ho festeggiato Yom Yerushalaim, il giorno di Gerusalemme, fiera delle millenarie pietre di una città che ogni ebreo sente come propria, curata e rigogliosa, mai sazia di storia e di sapere, percorsa da milioni di persone che trovano in ogni angolo le radici della loro spiritualità e le origini del loro credo. Dal Salmo 137, all'Hatikwa, l'inno dello Stato d'Israele, dalle preghiere quotidiane pronunciate nella sua direzione, alla rottura del bicchiere durante la cerimonia nuziale ebraica, Gerusalemme è sempre nei nostri cuori.

 

*Claudia De Benedetti è Presidente Agenzia Ebraica per Israele - Sochnut Italia

Membro Collegio Probiviri Unione delle Comunità Ebraiche Italiane