Astronoma al tempo del COVID-19

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Tra la fine di febbraio ed i primi di marzo, ero stata a Roma per motivi di lavoro. Una volta rientrata a Palermo il 5 marzo, il mio Direttore mi propose di entrare in regime di Lavoro Agile, in modo da lavorare da casa e mettermi in quarantena a scopo precauzionale.  Accettai volentieri: in viaggio ero stata a contatto con passeggeri di varia provenienza, ed ero contenta di poter fare la mia parte per contenere il potenziale contagio. Da allora, questa è diventata la mia modalità ordinaria di lavoro, pur nella sua straordinarietà.

All’inizio, è stato difficile adattarsi. Mi mancavano gli scambi coi colleghi, la condivisione degli spazi, l’interazione con l’ambiente di lavoro, che all’Osservatorio Astronomico di Palermo è molto positiva e stimolante. Poi, non riuscivo a concentrarmi. Mi chiedevo: che senso ha mettermi a scrivere articoli storico-scientifici in questo contesto? Mi passavano davanti agli occhi le scene terribili diffuse dai telegiornali, i numeri spaventosamente crescenti, bollettini e conferenze stampa del governo, i rischi angoscianti a cui andavamo incontro. Ma che senso ha, mi dicevo, stare qui chiusa a scrivere di scienza, mentre il mondo sta affrontando una catastrofe epocale? Questi pensieri mi distraevano, rendendo lento e faticoso il mio lavoro. Senza riferimenti, senza interazioni, vedevo il mio lavoro diventare liquido, scivolare tra le incombenze quotidiane, senza trovarvi un senso.

Poi, ho pensato alla gente che stava perdendo il lavoro, mentre io ce l’avevo ancora. Ho pensato al personale sanitario che stava svolgendo eroicamente con sacrificio il proprio lavoro, fino a perdere la vita, a volte. Ed io? Mi chiedevo. Cosa posso fare, in questo momento, col mio lavoro? Cosa può fare un’astronoma al tempo del COVID? Sì, la beneficenza; sì, l’aiuto a chi è in difficoltà, sia sul piano materiale che spirituale. Ho avuto voglia di chiamare tante persone che non sentivo da tempo, magari sole o anziane, o amici in zone rosse del nord Italia. Ho detto parole di conforto, di speranza, di incoraggiamento, di prossimità. Ma questo non c’entrava niente col mio lavoro, anzi a volte sottraeva tempo a quest’ultimo.

Infine, ho capito che per onorare chi stava facendo il proprio lavoro in prima linea, anch’io dovevo fare il mio. Dovevo fare bene il mio lavoro, come loro stavano facendo bene il proprio. Era questo il contributo che potevo dare alla mia gente, alla mia nazione. Una volta presa coscienza di questo, tutto ha ritrovato senso. Ho lavorato, e lavoro tuttora, con orari che vanno ben oltre quello ordinario. Il mio lavoro è stato una risorsa, un rifugio nei momenti in cui il peso della situazione diventava insopportabile e lo stress emotivo difficile da gestire.  Il mio lavoro che amo, che non salva vite umane, non aiuta gli indigenti, non contrasta la pandemia … ma mi fa guardare il cielo. E mi fa capire come e perché da secoli gli uomini lo fanno. Allora, il mio lavoro, al tempo del COVID-19, garantisce memoria e continuità. Perché ancora guarderemo il cielo – e questo darà ancora speranza e conforto. E forse ci darà anche delle chiavi per meglio comprendere come funziona il mondo fisico, chimico, biologico, nel quale siamo immersi e col quale interagiamo continuamente. Un mondo che ci chiede rispetto, ricordandoci la nostra fragilità e la sua armonia.

Oggi tutti chiedono agli scienziati un vaccino, come se fosse in tasca, come se bastasse un abracadabra. La scienza, come la natura, ha bisogno di tempo. E di risorse. Non so se dopo questa catastrofe il mondo comprenderà l’importanza di investire nella ricerca. So solo che è stato triste vedere da più parti la voce della scienza del tutto inascoltata. C’è un regresso verso la barbarie, e lo si vede su più fronti, purtroppo. Paura e superstizione fanno perdere l’uso della ragione: ci si affida al primo rimedio che passa, alla logica del sentito dire, alla peggiore comunicazione che circola sui social. La scienza ha perso credibilità in un’opinione pubblica che non è abituata alla cultura. Perché la cultura, soprattutto quella scientifica, ti educa a ragionare in modo critico. E questo non va bene a manipolatori e imbonitori. La cultura scientifica ti allena a mettere in discussione, a verificare, a sperimentare, a non accontentarti del primo risultato, a cercare conferme. Da quanto sta succedendo, credo emerga anche l’urgenza di diffondere una corretta informazione scientifica e di ridare voce alla scienza. E, in genere, alla cultura. Perché solo una vera rivoluzione culturale potrà aiutarci a sconfiggere paure e pregiudizi e orientarci verso un mondo fondato sul rispetto, su tutti i fronti, a partire dalla vita umana.

Da astronoma, con la mia formazione scientifica, allora, posso aiutare gli altri a pensare. A vedere le cose da un’altra prospettiva. A combattere l’ignoranza e il pregiudizio. Aiutare gli altri a farsi un’opinione propria, usando il proprio cervello, mettendo insieme i pezzi dei vari puzzle che la vita ci propone. Ricordare che ci può essere sempre un altro punto di vista. Svelare errori e inconsistenze. E’ una missione difficile? No, è il mio lavoro, il mio piccolo contributo allo sviluppo della società - in tempi di COVID più che mai.

*Ileana Chinnici, Ricercatrice dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, lavora presso l'Osservatorio Astronomico di Palermo.