Un cappello pieno di fiori. Immagini e ricordi nei giorni della pandemia

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“Da domani saranno sospese le attività didattiche nelle scuole, nelle università.”

Nei primi giorni di marzo le parole del Presidente del Consiglio danno inizio all’isolamento per rispondere al diffondersi del virus Covid-19. Dopo i primi momenti di inquietudine e allarme, cerco di riempire il tempo sospeso, i giorni molto calmi e troppo vuoti, rubati al ritmo frenetico della vita.

A casa ho quattro scatoloni di vecchie foto che ho trovato nelle case dei miei nonni, di mia zia, di mia madre, quando ho dovuto disfarle dopo la loro scomparsa. Non avendo mai avuto né il coraggio di guardarle né il desiderio di gettarle, le foto si sono accumulate e mescolate alla rinfusa. Potrebbe essere il momento per metterle in ordine?

Mia figlia ed io apriamo uno a uno gli scatoloni. All’inizio, ci sembra che le foto fatichino ad uscire dalla loro prigione; sono stanche, provate dal tempo, invecchiate senza sguardi. Iniziamo a comporre dei piccoli gruppi, prima per decenni, poi per anni, infine anche per giorni speciali – la partenza per la guerra, una vacanza in montagna, la fine dell’anno scolastico – che scandiscono il trascorrere del tempo. Buttiamo le foto rovinate, eliminiamo i doppioni, stendiamo alcuni lembi piegati. Presto il lungo tavolo da pranzo sul quale lavoriamo non basta più per raccogliere in modo ordinato oltre cinquecento fotografie in bianco e nero che rappresentano i momenti lieti della mia famiglia dall’inizio alla metà del secolo scorso. Le foto si sparpagliano, vogliono il loro spazio, hanno bisogno delle sedie intorno al tavolo, del piano della credenza, di alcuni sgabelli recuperati in altre stanze. Rivoltate verso di noi, ripulite e ben sistemate, le foto ora ci guardano con allegria. Ricordo senza esitazione i nomi dei volti giovani di tante persone che ho conosciuto solo da adulte o da anziane.


Con un gruppo di amiche, mia nonna è al mare nel 1905; ha un abito lungo fino alle caviglie e un cappello dalle falde amplissime, decorato con mazzolini di fiori, che la protegge dai raggi del sole. Mio nonno nella sua divisa da alpino nel 1916 manda un “saluto affettuosissimo” alla fidanzata. La foto di fine anno scolastico nel 1932: mio papà ha dieci anni ed è seduto in prima fila, dietro di lui altre quattro file di bambini: qualcuno è arrabbiato e ha messo su il broncio, altri stanno per scoppiare a ridere; in mezzo al grande gruppo di scolari un alto prelato sorride compiaciuto. Mamma e papà fidanzati nel 1946; passeggiano in via del Corso, lei lo tiene stretto e lo guarda, lui fissa l’obiettivo e ha quel volto aperto che ho conosciuto così bene. Tre anni dopo una piccola foto li riprende in un luogo remoto del mondo, davanti alla casetta dove insieme hanno iniziato la vita coniugale e papà la sua professione di medico. Io a due mesi nel 1955; papà mi tiene in braccio e io fisso con occhi sgranati una pecorella di peluche che lui mi sta mostrando con la mano destra.

Le foto di mia madre sono quelle più numerose. Da bambina con due grandi trecce nere, a dodici anni mentre fa il girotondo con le compagne di classe, giovanetta sulla scalinata di piazza di Spagna, sposa abbracciata a papà sulla spiaggia di Ostia in inverno, un’ultima passeggiata prima del viaggio che li porterà oltre oceano. In una foto è in gita sulla neve, in quella si mette il rossetto davanti allo specchio, in un’altra gioca con il suo cagnolino. C’è anche una sequenza di immagini che la ritraggono su una panchina del lungomare di Genova, mentre si gode il tiepido sole primaverile, il giorno prima della mia nascita.

Paul Ricoeur sostiene che il tempo diventa umano quando viene raccontato. Questi volti, gli abiti, i luoghi tessono il filo del ricordo e narrano una storia familiare che dura ancora.

Il nostro lavoro si ferma con le prime foto a colori; questa è una storia che io conosco bene e che si intreccia strettamente con le nostre vite. Ignoro la fine della mia storia, ma conosco la conclusione di queste. Sul grande tavolo mia figlia e io vediamo il passare degli anni, i momenti di benessere trovato, perduto e riconquistato con ottimismo e tanto lavoro. I nostri occhi incontrano gli occhi di coloro che sono scomparsi. Da un tempo lontano e presente, essi sono qui, sono con noi. Proprio come accade con un mosaico, frammenti di ricordi si ricollegano gli uni agli altri e vanno a formare un affresco familiare che ci sostiene nei giorni del buio.

Qualche giorno dopo la fine dell’isolamento mi reco in cartoleria. Voglio comprare un bell’album di vecchio stile, con i fogli di cartoncino sui quali incollare le foto. La commessa non cela la sua sorpresa: “gli album sono finiti, ma li abbiamo riordinati, torni la prossima settimana. Da quando abbiamo riaperto, ogni giorno qualcuno è venuto a comprare un album per le foto”.

*Consuelo Corradi, professore ordinario di sociologia, Università LUMSA e membro del Consiglio Universitario Nazionale