Meditazione dal deserto

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Quante volte ci è capitato di pensare che il mondo stia andando in una direzione che non è la nostra, dove anzi non vorremmo proprio andare: da quel treno in perenne corsa verso una destinazione lontana da quanto ci sembrerebbe giusto, saggio e umano, e che per di più nessuno sembra aver consapevolmente scelto, vorremmo scendere. Ci è anche capitato di essere stati lasciati inaspettatamente sulla banchina di una stazione sconosciuta per la sosta forzata di una lunga malattia, di un fallimento, di una perdita o della sofferenza nostra o di persone care. Guardando gli altri proseguire oltre senza quasi accorgersi della nostra assenza, o senza osare disturbare il nostro dolore, avremmo desiderato di essere ancora con loro: tutt’a un tratto quella corsa, che abbiamo così spesso giudicato insensata, ci è parsa una bella e invidiabile condizione di vita.

Quello che certo non ci era mai capitato era di sentire annunciare: il treno deve sostare su un binario secondario, scendete tutti, ci fermiamo.

Stupore e incredulità immediata e poi crescente preoccupazione e smarrimento. Ma per un breve periodo abbiamo avuto il tempo di guardarci in faccia, di riconoscere che eravamo tutti nella stessa situazione, scesi da quello stesso treno dove ciascuno era così preso dalle sue attività, progetti, problemi, fatiche, gioie, da non accorgersi di chi ci stava seduto di fianco, spartendo in realtà gli stessi sentimenti e a volte gli stessi pensieri. Per un po’ abbiamo scoperto i nostri vicini, abbiamo cantato dalle finestre, ci siamo scambiati gesti di abbraccio dai balconi, abbiamo salutato con calore gli sconosciuti della porta accanto. Solidarietà è stato il mantra del lockdown.

Un periodo in cui quella corsa frenetica che è diventata la nostra vita si è fermata. Non del tutto, in realtà, dato l’incombere del dramma collettivo, del bisogno di avere notizie di persone care, di accudire almeno a voce i conoscenti rimasti in totale solitudine, del lavoro a distanza che, benché rallentato, aveva le sue urgenze e le sue scadenze. Ci è però rimasto il bisogno - e quindi il tempo - di riflettere, di porci quelle domande che rimandiamo sempre a “quando avremo tempo”.

Forse è stato perché ho approfittato di questa strana e inattesa sospensione per cominciare a mettere in atto con tre amiche uno di quei progetti perennemente rimandati, la lettura integrale della Bibbia, che mi è venuto naturale vedere nel nostro forzato isolamento, nella chiusura delle comuni attività e nell’arresto della marcia a tappe forzate della quotidianità, un nostro simbolico attraversamento del deserto, una breve forma di esodo: l’abbandono di una comoda e inconsapevole “schiavitù”, accettata anche se vissuta senza adesione, e mai messa in reale discussione, e la permanenza nella solitudine di una terra desolata, di uno scenario improvvisamente vuoto.

La realtà esterna è diventata solo virtuale, mediata, filtrata, fatta di notizie spesso confuse e contradditorie, di immagini, di voci. E, a parte chi si è trovato a lottare direttamente con la malattia, le sue sofferenze e le sue tragedie, la perdita di ogni contatto fisico ha come invertito la nostra tendenza a vivere proiettati all’esterno, spingendoci non solo verso il privato, ma anche all’interno di noi stessi. Una traversata del deserto per uscirne più liberi e migliori?

“Il mondo non tornerà mai più quello di prima” è stato l’altro pensiero dominante sotto l’impero del Corona virus. È una speranza, ma non so se sia quello che l’esperienza insegna. Alla fine della Peste, quando l’epidemia scompare con l’incomprensibile imprevedibilità con cui era arrivata, Camus ci mostra un mondo che vuole solo tornare alla normalità, dimenticando al più presto la tragedia vissuta. Nel racconto biblico, l’erranza nel deserto ha infiniti momenti di smarrimento del popolo in cammino verso la libertà: nostalgia delle comodità del passato, ribellione, idolatria, superstizione, perdita di fede, lotte interne. Ci vogliono quarant’anni di prove, castighi e rinnovi dell’alleanza, un’intera generazione deve scomparire per arrivare a uscirne. E la Terra Promessa non sarà affatto quel paradiso dove scorre latte e miele che avevano sognato: sarà di nuovo un mondo di prove, lotte, sconfitte e temporanee vittorie, senza neppure più la manna né le pernici che piovono dal cielo. Anche nella terra della libertà ogni passo è una faticosa conquista.

Resterà davvero qualcosa di quello che ci ha rivelato in modo chiaro ed evidente la nostra forzata clausura, i nostri più di quaranta giorni di deserto, privandoci di quei ramificati rapporti umani che avvolgono sempre come una rete di sicurezza le nostre vite senza che neanche ce ne accorgiamo? Che gli altri ci sono indispensabili, che la solidarietà non è un optional, che il cammino verso la terra promessa è fatto di scelte difficili e passi faticosi? O torneremo ancora a ripetere con il poeta Henri-Frédéric Amiel: “Qui de nous n’a eu sa Terre promise, son jour d’extase et sa fin en exil?”

*Emilia Lodigiani, Presidente Casa Editrice Iperborea