L’illusione della normalità e della dignità umana

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Mentre in questi giorni la pandemia continua a mietere vittime in diverse parti del mondo, soprattutto in Brasile e India, in altre parti, come in Europa e negli Stati Uniti, si cerca faticosamente e con speranza di ritornare alla normalità rassicurante di ogni giorno. Ma è corretto tornare alla “normalità” di prima, come se niente di tragico fosse accaduto? Senza neanche chiederci cosa si debba intendere per normalità o, addirittura, se esista una normalità per gli esseri umani?

Alla luce dell’esperienza di cui tutti siamo stati protagonisti in questi ultimi mesi, forse occorre già elaborare alcune prime riflessioni di fondo, proprio a partire da cosa debba intendersi per normalità. La cultura moderna, della quale siamo figli, attribuendo un infinito potere alla scienza e tenendo poco in conto i limiti che da sempre incombono sulla condizione umana, ci ha fatto finora credere che tutto può essere “controllato” e “previsto”, cioè ricondotto in qualche modo alla “normalità”.

L’attuale pandemia, all’improvviso, ci ha fatto ricordare che la normalità non esiste. È solo una illusione che l’uomo moderno ha elaborato negli ultimi secoli per dare una qualche sicurezza al suo incontenibile narciso. L’illusione che esista una normalità è il frutto di un paradigma culturale dominante, per il quale la natura, quella che ci circonda e quella che ci abita, può essere tenuta, sempre e comunque, sotto il controllo del sapere scientifico. Ma così non è! Basti guardare all’emergenza climatica, alle catastrofi naturali, alle guerre, al terrorismo, ai flussi migratori, alle improvvise epidemie o alle malattie incurabili.

Occorre ammettere dunque, al di là dei miti moderni, che la realtà nella quale siamo immersi si sottrae, di continuo e in modo imprevedibile, ad ogni presunto “controllo scientifico”. Forse, con molta umiltà, dobbiamo imparare a non parlare più di “normalità”, né tanto meno di “emergenza”. Nell’orizzonte ingannevole della cultura moderna, “emergenza” è tutto quanto sfugge, solo momentaneamente o casualmente, all’onnipotenza del sapere scientifico. Dobbiamo, invece, tornare ad imparare che la vita è un continuo divenire, una emergenza costante, un flusso che non si acquieta e non si normalizza mai.

Non a caso, lungo la sua millenaria storia, la famiglia umana ha imparato a difendersi dalla instabilità e dalla insicurezza del vivere facendo ricorso al farmaco potente della coesione sociale, della condivisione, della solidarietà. La cultura, le istituzioni comunitarie, la stessa scienza, altro non sono se non una “risposta collettiva” ai molteplici limiti che incombono sulla nostra condizione di vita. Uno straordinario adattamento creativo, elaborato dagli umani, per andare oltre alle continue ferite del loro instabile vivere, che non conosce la quiete della normalità. È solo ponendosi all’interno di una cornice comunitaria, di un orizzonte di solidarietà e di condivisione, che anche la scienza può affrancarsi dagli inganni della modernità e tornare ad essere autenticamente “umana”.

L’illusione della normalità comprende poi anche un altro aspetto, ancora più subdolo, quello che riguarda il rispetto della dignità umana. Dalla cultura moderna è nata una società liberale, che si dice in grado di riconoscere e rispettare la dignità di ogni singolo essere umano. La pandemia si è incaricata di smascherare anche questa illusione e di dimostrare, in maniera a volte cruda, come non tutti i diritti riconosciuti vengano poi di fatto rispettati e assicurati ai cittadini.

Di certo il virus non ha fatto discriminazioni fra ricchi e poveri, ma il suo impatto non è stato uniforme sull’intera popolazione del pianeta. La crisi sanitaria, che ha investito ogni paese, ha esacerbato le disuguaglianze sociali già esistenti, mettendo a nudo le condizioni di vita di quanti subiscono pratiche discriminatorie ed escludenti. La situazione sociale e raziale delle Americhe ha rappresentato un chiaro esempio di quanto sia opportuno oggi soffermarci a riflettere sulla “illusione della dignità umana”.

L'ampiezza della crisi sanitaria nel continente americano ha riaperto il dibattito sul ruolo dello Stato, sulla politica in generale e sulle politiche pubbliche, in particolare. La crisi innescata dal coronavirus ha diviso tragicamente i lavoratori in tre gruppi: quelli che hanno perso il lavoro o parte del loro reddito; quelli che sono considerati lavoratori "essenziali" e devono continuare a lavorare anche durante la crisi (a rischio della propria salute); quelli che sono lavoratori virtuali della conoscenza, la cui vita è stata appena sfiorata dalla pandemia. Secondo alcune fonti autorevoli, oltre il 50% della popolazione delle Americhe (inclusi gli USA) si colloca in modo sproporzionato tra i primi due gruppi.

Anche l'esplosione razziale, che di recente ha investito gli Stati Uniti, deve essere interpretata come parte della crisi corrosiva prodotta dalla disuguaglianza, aggravata poi dalla pandemia. Gli afroamericani (e anche gli ispanici) soffrono in modo sproporzionato l’impatto della crisi sanitaria. George Floyd è da considerarsi solo l’ultima punta dell’iceberg. Sebbene i ghetti, che Martin Luther King combatteva negli anni Sessanta, non esistano più in quanto tali, negli Stati Uniti permane una radicata segregazione dovuta alla razza e alla classe sociale.

L’attuale crisi, dunque, ci ha svelato anche “l’illusione della dignitá umana”. Formalmente adottata nel 1948, la Dichiarazione Universale dei diritti umani si radica sull'idea che tutti gli esseri umani hanno uguale dignità e valore. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, qualche anno dopo, si è nuovamente posto a difesa dei diritti umani, riconoscendo che questi diritti derivano dalla “dignità intrinseca della persona umana”.

Tuttavia i modelli economici e politici, su cui poi si è basata la vita democratica delle nostre società, hanno prodotto “l’illusione della dignità umana”, ovvero l'illusione di uno sviluppo umano fondato sul controllo dei sistemi produttivi, sull’avere, sull'acquisto, sul successo, sul guadagno del tempo. La dignità dell’essere umano è stata di fatto relegata alla sua capacità di esprimere, con i propri mezzi, una vita economicamente produttiva. Questi modelli, però, si sono rivelati il principale ostacolo alla stessa “dignità umana intrinseca” che i diritti umani cercano di promuovere.

Non è vero, quindi, che in questa pandemia siamo tutti “sulla stessa barca”.  Siamo, invece, tutti sotto la stessa tempesta, ma su imbarcazioni diverse. Sicché la distanza tra lo yatch privato e la barca di salvataggio fa più male che mai, impattando non solo sulla sopravvivenza, ma anche sulla salute mentale di migliaia di persone. Tutti gli esseri umani hanno il diritto di accedere ad una “vita degna”, di vedere riconosciuta la loro dignità, al di là dello standard economico di vita raggiunto, di sopravvivere ad una pandemia, di riprendere la propria vita ed avere la speranza di rifondarla. Senza questo orizzonte, la “dignità intrinseca” di ogni singola persona continuerà ad essere solo un’illusione.

Mettere i diritti umani al centro di ogni dibattito e di ogni sforzo può costituire un buon metodo per garantire che nessuno venga lasciato indietro. La promozione dei diritti umani può avere un enorme impatto trasformativo. Ma affinché ciò possa accadere, occorre una grande forza interiore dal basso. Occorrono cittadini consapevoli, disposti ad un’azione comunitaria fondata sulla fraternità universale. Perché anima della dignità umana è la consapevolezza di essere tutti fratelli, tutti davvero sulla stessa barca.

*Simonetta Magari, Psichiatra, Psicoterapeuta. Docente Università Cattolica Sacro Cuore (UCSC) di Roma. Direttore Sanitario del Centro di Riabilitazione Opera don Guanella Roma.