INIZIATIVE PER UN DIALOGO FEDE-CULTURA NELL’ERA POST-COMUNISTA

Józef Cardinal GLEMP (Arcivescovo di Varsavia, Polonia)

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Le mie modeste osservazioni si rivolgono piuttosto alla dimensione pastorale e all’esperienza vissuta che all’analisi sistematica. Suppongo che il mio intervento sia veramente l’introduzione alla discussione.

Un’osservazione generale: i cambiamenti degli ultimi anni, in modo particolare in Europa, per quanto riguarda la religione, non sono tanto grandi come risulterebbe da un punto di vista socio-politico. Anche se simbolo dei cambiamenti rimane il crollo del muro a Berlino, il processo, però, è cominciato quasi 15 anni fa e riguarda soprattutto una diversa visione del mondo. Dietro un cambiamento politico sta sempre una filosofia. Ciò che è accaduto nel 1989 è un effetto di un’altra visione dell’uomo e soprattutto del suo rapporto con la società. Politicamente il cambiamento è molto significativo, perché si tratta d’introdurre un altro ordinamento giuridico degli Stati e, di conseguenza, un altro ordinamento economico. Queste grandi rotative non hanno, però, la stessa ripercussione nella mentalità degli uomini e di conseguenza nella cultura.

Voglio ricordare alcuni dei segni più caratteristici che accompagnavano il passaggio dal comunismo al liberalismo. Il più significativo è il rapporto dell’uomo e della comunità. Nel comunismo un individuo viene assorbito dal collettivo.La persona viene sottomessa alla società. Infine, il cittadino è solo un elemento nella macchina dello Stato. Le votazioni politiche significano consenso alla scelta fatta dal partito. E’ il partito che pensa per il bene del cittadino. La libera volontà non esiste, l’uomo segue ciò che gli assicura il cibo e la tranquilla esistenza.

La società (partito) assicura all’uomo anche i bisogni culturali: musica, teatro, gite turistiche. Questo settore della cultura è controllato, programmato e sostenuto economicamente dallo Stato. La cultura come prodotto dell’uomo-materia non può avere i riferimenti alla trascendenza. La cultura, nonostante ciò, cerca lo spirito. Questa ricerca secondo le regole materialistiche è giusta, a condizione che lo spirito rimanga nella dimensione psicologica. Ma la cultura – poesia, musica, filosofia – non ne è soddisfatta, cerca sempre lo spirito. E qui comincia il dramma del comunismo.

Lasciamo il comunismo e trasferiamoci nell’ordinamento liberale. L’individuo è quasi fuori di ogni tipo di collettivismo, la persona sta sopra la società e il cittadino non è più legato strettamente allo Stato, perché può sentirsi membro di un continente geografico. Lo Stato, qualche volta identificato con la patria, non è necessario. Le strade, l’aeroporto, la televisione possono essere private. Per godere ogni cosa ci vuole denaro. Per averlo bisogna essere intraprendente. L’uomo di cultura – poeta, musicista, pittore, regista, attore – è alla ricerca di lavoro. Vuole essere ascoltato, riconosciuto, applaudito. Ma la maggior parte della gente non lo vuole, perché non sente il bisogno d’arte approfondita. Alla gente piace lo spettacolo – panem et circenses. Niente controllo. Piace il calcio, il pugilato, il rugby, piace il porno e la droga. L’uomo, produttore di cultura, non cerca lo spirituale, ma cerca la carne. La libera volontà è pure soffocata, ma con un altro metodo. Qui comincia il dramma del liberalismo. Conosco un’attrice di talento. Proviene da un paese religioso. Essa stessa devota e praticante cattolica. A lungo si è difesa e opposta alle proposte moderne. Poi ha ceduto alle tentazioni. Oggi si presenta in ogni tipo di film, anche come modella in Playboy. Ecco un cammino della cultura di oggi che si ripete spesso. Mi riferisco alla situazione nei Paesi post-comunisti.

Cosa può fare la Chiesa?

Prima da parte della gerarchia. Difendere la cultura significa difendere gli uomini creatori di opere d’arte, cioè l’"Ambiente della creatività".

– Istituire un centro pastorale per ogni tipo di artisti. Ci vuole per questo un sacerdote che si dedichi con pazienza sovrumana!

– Trovare la lingua comune con il mondo della cultura artistica. Una cosa che non è ovvia. La lingua di un teologo è poco percepita nell’ambiente artistico.

– Delle volte, il vescovo o il parroco dovrebbe andare ad un concerto o a una mostra seria. Invitare gli artisti a casa. Ispirare, incoraggiare esposizioni durante le feste diocesane o parrocchiali.

– Organizzare conferenze sulla Bibbia, che pare sia un tema più attraente per il mondo della cultura.

Da parte del laicato. Organizzare dei concorsi a premi, anche fra la gioventù, su temi storici, religiosi o su personaggi. Oggi si nota l’interesse dei pastori per il potere educativo dello sport.

Un tema a parte è la relazione della Chiesa con i mass-media. Mi riferisco solo alla situazione in Polonia. Si incontrano due tendenze su come utilizzare i mass-media, che sono a disposizione della Chiesa (parrocchiale, diocesana o sovradiocesana). La prima tendenza è quella di realizzare il programma direttamente catechetico, evangelizzatore sia nella stampa che alla radio. Altra tendenza è fare il programma più laico, ma penetrato dallo spirito cristiano. Pare che l’una e l’altra tendenza si completino reciprocamente. Bisogna, in certi casi, organizzare proteste contro la violazione della dignità umana o del diritto all’integrità delle convinzioni religiose. La Chiesa locale deve liberarsi dal complesso d’inferiorità nei confronti delle cultura consumistica. Non cedere al fascino della "tolleranza". I musei, le biblioteche e gli archivi della Chiesa meritano la massima attenzione.